La parola mobbing indica un insieme di comportamenti aggressivi di natura psicofisica e verbale, che vengono esercitati da un gruppo di persone nei confronti di altri soggetti e può quindi rientrare tra le forme di abuso.

I comportamenti e le azioni possono arrivare a violenza ed aggressione fisica, possono essere prolungati nel tempo ed essere lesivi della dignità personale e professionale e della salute psicofisica.

Il mobbing si manifesta attraverso vessazioni, umiliazioni, demansionamento, insulti, maldicenze, situazioni imbarazzanti che provocano un malessere psicologico importante.

Viene generalmente utilizzato nei contesti lavorativi e quindi quando capi o colleghi agiscono secondo i comportamenti e le azioni sopra riportate.

Secondo il metodo Ege (dallo psicologo tedesco Harald Ege) il mobbing si riconosce per la presenza di 7 parametri:

1. ambiente lavorativo: il conflitto deve svolgersi a lavoro;

2. frequenza: le azioni ostili devono verificarsi alcune volte al mese;

3. durata: la situazione di conflitto deve essere in corso da almeno 6 mesi;

4. tipo di azioni: le azioni devono appartenere ad almeno 2 delle categorie del Lipt Hege, questionario elaborato dallo psicologo tedesco;

5. dislivello tra antagonisti: la vittima delle azioni è in posizione di inferiorità;

6. andamento secondo fasi successive: la vicenda ha raggiunto almeno la seconda fase del modello H. Ege;

7. intento persecutorio: negli accadimenti si può riscontrare un obiettivo vessatorio finalizzato.

Più in generale, per poter parlare di mobbing, le azioni vessatorie devono essere funzionali alla espulsione del lavoratore, causandogli una serie di danni psicofisici che spesso sfociano in specifiche malattie, come il disturbo post traumatico da stress.

L’obiettivo è quello di indurre la vittima ad abbandonare da sé il lavoro creando un clima di tensione intollerabile. Si distingue fra mobbing gerarchico o verticale quando gli abusi vengono attuati da superiori della vittima e mobbing ambientale o orizzontale quando sono i colleghi della vittima a isolarla, a privarla apertamente della ordinaria collaborazione, dell’usuale dialogo e del rispetto.

Oltre al disturbo post traumatico da stress, può succedere che la vittima possa arrivare a soffrire di ansia, depressione, insonnia, isolamento sociale, perdita autostima, esaurimento nervoso, attacchi di panico, tachicardia, tremori, cefalea, gastrite e altri disturbi.

E’ necessario rivolgersi ad uno psicologo per affrontare il problema trovando insieme le soluzioni più opportune da adottare.

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